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Pudgy Penguins, dagli NFT agli scaffali dei negozi: l'unica uscita riuscita

La collezione finita sugli scaffali dei negozi: l'unica uscita riuscita dal recinto crypto.

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In questa rassegna sui collezionabili abbiamo raccontato soprattutto discese: mercati che si svuotano, giochi che chiudono, oggetti che valgono frazioni di centesimo. Pudgy Penguins è il caso che va in direzione contraria, ed è l'unico che conosciamo in cui una collezione di immagini su blockchain sia diventata un marchio di prodotti fisici che si comprano in un negozio qualunque.

Vale però la pena dirlo subito, perché la versione che circola è più entusiasta del dovuto: la fuga dal recinto crypto è riuscita dal lato del prodotto, mentre dal lato del prezzo degli NFT questa collezione è andata peggio delle altre della sua generazione. Sono insomma due storie diverse, e vanno tenute separate. Tutto quello che segue è verificato al 30 ottobre 2026.

Il disastro, e un'offerta pubblica da 750 ether

La collezione nasce nel luglio del 2021: ottomilaottocentottantotto pinguini disegnati, venduti a 0,03 ether l'uno, esauriti in pochi minuti. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 2022, arriva l'accusa che i fondatori abbiano prosciugato la cassa del progetto, e la comunità li estromette con un voto su Discord.

Succede allora una cosa che rende questa vicenda decisamente istruttiva. Invece di crollare, il prezzo minimo raddoppia in una notte, da circa 0,6 a 1,7 ether: il mercato legge l'allontanamento dei fondatori come una buona notizia. E in quei giorni un imprenditore, Luca Netz — all'anagrafe Luca Schnetzler — fa un'offerta pubblica per rilevare il progetto e la sua proprietà intellettuale: 750 ether, allora circa due milioni e mezzo di dollari. L'offerta viene accettata mesi dopo, nell'aprile del 2022, da un gruppo guidato da lui.

Il pupazzo, che è la parte che ha funzionato

Nel maggio del 2023 arriva dunque la mossa che cambia tutto: un accordo con un produttore di giocattoli israeliano, PMI Ltd. Kids' World, per una linea di peluche e action figure. Il debutto è su Amazon, e in quarantotto ore si vendono ventimila pezzi per oltre mezzo milione di dollari.

Da lì il percorso nella grande distribuzione americana è documentato passo per passo dai comunicati, con le date e i numeri:

  • settembre 2023: ingresso in 2.000 negozi Walmart con ventisei referenze, a prezzi fra 2,99 e 11,97 dollari;
  • febbraio 2024: i Walmart diventano 3.100, con 750.000 pezzi venduti e dieci milioni di dollari di ricavi;
  • maggio 2024: ingresso in Target e, soprattutto, il traguardo del milione di pezzi venduti in meno di un anno;
  • ottobre 2024: 2.000 farmacie Walgreens, con il dato aggiornato a un milione di pezzi e tredici milioni di dollari di vendite al dettaglio;
  • luglio 2026: i peluche di Pengu, Pax e Polly arrivano in oltre 1.800 negozi Target, a 10,99 dollari l'uno.

Girano peraltro anche cifre più grandi — oltre diecimila punti vendita, due milioni di pezzi, un obiettivo di centoventi milioni di ricavi per il 2026 — e qui bisogna fermarsi un attimo. Quelle cifre nascono tutte in un rapporto di ricerca che riporta, in chiaro sulla pagina, la dicitura «commissionato da Pudgy Penguins». Sono dichiarazioni dell'azienda vestite da ricerca di terzi, e le riportiamo come tali: l'ultimo dato confermato da un comunicato ufficiale con riscontro di stampa indipendente è un milione di pezzi e tredici milioni di dollari, fermo all'ottobre 2024.

Quanto all'Italia, dobbiamo deludere chi sperasse di trovarli al centro commerciale: non esiste alcuna fonte che attesti la distribuzione italiana di questi pupazzi. Abbiamo controllato la pagina ufficiale dei punti vendita, che elenca soltanto lo shop proprio, Walmart, Amazon ed eBay. L'unico appiglio europeo verificato è un accordo con la tedesca schleich annunciato nel dicembre 2025, con debutto previsto alla fiera del giocattolo di Norimberga.

Il meccanismo, e il dato che nessuno cita

Il ponte fra il pupazzo e la blockchain è semplice: ogni giocattolo contiene un codice da scansionare, che sblocca accessori per il proprio personaggio dentro Pudgy World, un gioco che si apre dal browser. Il comunicato di lancio lo descrive così, e va notato che non usa mai la parola NFT: parla di «collezionabili digitali» e di proprietà «sulla blockchain». È ovviamente una scelta di posizionamento, e spiega bene perché abbia funzionato dove altri hanno fallito.

C'è poi un meccanismo che merita di essere conosciuto, perché è genuinamente originale: i possessori degli NFT ricevono una royalty di licenza per ogni pupazzo venduto che raffigura il loro pinguino. Non è merchandising e basta, è un canale che ridistribuisce denaro ai titolari del singolo pezzo. La cifra complessiva che si legge in giro — un milione di dollari pagati in royalty — viene però da quel rapporto commissionato, quindi la riportiamo con la stessa riserva di prima.

E arriviamo al numero che nessuno cita mai, e che a nostro avviso è il più interessante di tutti: secondo una dichiarazione dell'amministratore delegato, il tasso di conversione fra chi compra il giocattolo e chi poi scansiona il codice è di circa il venti per cento. Vuol dire che quattro acquirenti su cinque il ponte non lo attraversano mai: comprano un pupazzo perché è un pupazzo. Il che, a seconda di come lo si guarda, è il limite del modello oppure la ragione del suo successo.

Il prezzo degli NFT, dove la storia si capovolge

Qui, tuttavia, la narrazione trionfale si ferma. Il prezzo minimo di un Pudgy Penguin oggi è di 2,55 ether, circa 5.700 dollari, con circa cinquemila possessori sugli ottomilaottocentottantotto pezzi. Nelle ultime ventiquattr'ore si sono registrate undici vendite.

Il dato più sorprendente riguarda del resto quando questa collezione ha toccato il massimo, perché non è nel 2021 né nel 2022 come per tutte le altre: il picco è del 17 dicembre 2024, a 36,33 ether, cioè quasi centoquarantaseimila dollari. Ed è esattamente il giorno in cui è stato lanciato $PENGU, il gettone della collezione. Rispetto a quel massimo il prezzo di oggi è giù del 93%.

Il confronto con le collezioni coetanee, misurato nello stesso istante, toglie ogni dubbio su chi abbia retto meglio:

 Pudgy PenguinsCryptoPunksBored Ape
Prezzo minimo2,55 ETH (~5.700 $)29,99 ETH (~67.000 $)6,23 ETH (~14.000 $)
Massimo storico36,33 ETH125,0 ETH153,7 ETH
Data del massimo17 dic 2024ago 2021mag 2022
Caduta dal massimo−93%−76%−96%

Pudgy Penguins è dunque la più piccola delle tre per capitalizzazione, un quarto di Bored Ape e un tredicesimo di CryptoPunks. La tesi «è uscita dal recinto crypto» regge benissimo se la si argomenta con i pupazzi e le licenze; non regge affatto se la si argomenta con il prezzo.

Il 2026: un robot, una causa, e una blockchain spenta

Quest'anno ha portato comunque tre fatti che vale la pena mettere in fila, perché raccontano un marchio che si comporta ormai come un marchio di consumo.

A marzo è arrivata una causa per contraffazione di marchio, depositata in Florida da chi possiede i marchi «Penguin» e «Original Penguin», e riguarda l'abbigliamento. L'azienda dice di essere stata sorpresa dall'azione e che le pretese sono infondate. Una collezione di NFT non viene citata in giudizio da un marchio di camicie: un marchio di consumo sì.

A settembre l'IP è stata licenziata a una società quotata al NASDAQ per costruire un robot da compagnia, il «Blue Pengu Minibot». Lo sappiamo perché la controparte, essendo quotata, lo ha depositato presso la SEC: è una licenza non esclusiva e mondiale, e i termini economici non sono stati divulgati. È la fonte più solida in assoluto su quanto questo marchio valga fuori dal suo recinto d'origine.

E a ottobre è arrivata la ritirata. Il 6 ottobre la società ha annunciato la chiusura di Abstract, la blockchain che si era costruita e che aveva lanciato nel gennaio 2025: lo spegnimento è fissato al 15 dicembre 2026, e i fondi non spostati entro quella data diventeranno inaccessibili. Le ragioni dichiarate sono attività scarsa, poco interesse istituzionale e budget esaurito; il progetto aveva comunque processato oltre trecentoventicinque milioni di transazioni. La frase dell'amministratore delegato è la più onesta che abbiamo letto quest'anno in tutto il settore: il progetto «non ha mai trovato abbastanza persone che ne avessero davvero bisogno».

Pagina iniziale di Abstract con il titolo «The builder's platform for consumer crypto» e, sopra, un avviso: «Abstract Chain is shutting down. Start migrating your assets».
L'avviso e il titolo convivono nella stessa schermata. La catena si presenta ancora come la piattaforma su cui costruire e intanto chiede di portare via quello che c'è.

È, a ben vedere, la conferma più forte della tesi di questo articolo. Il marchio ha abbandonato la propria infrastruttura blockchain per concentrarsi su pinguini, pupazzi e gettone: quello che ha funzionato è il peluche, non la catena.

Il gettone e il fondo che non si vede

Due note per chiudere, infine. $PENGU esiste, è scambiato su oltre centosessanta mercati compresi i principali, e al momento della nostra verifica vale circa sette millesimi di dollaro per una capitalizzazione intorno ai quattrocentocinquanta milioni. Nell'ultimo anno è sceso di circa il sessanta per cento, e il suo massimo storico risale al giorno stesso del lancio.

Infine l'ETF, di cui si è parlato parecchio: un fondo che dovrebbe contenere sia il gettone sia alcuni NFT della collezione è stato depositato presso la SEC nel marzo 2025. Al 30 ottobre 2026 non risulta né approvato né respinto: l'ultimo atto rintracciabile è un ordine del 7 gennaio 2026 che fissava all'11 marzo il termine per la decisione, e dopo quella data non è stato pubblicato nulla. Chi scrive che è stato approvato, o che è stato bocciato, sta scrivendo una cosa che non risulta da nessun documento.

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