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Le piattaforme sopravvissute hanno smesso di chiamarsi metaverso

Le piattaforme sopravvissute hanno tolto la parola «metaverso» dal proprio posizionamento.

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Quando nel febbraio del 2022 ci domandavamo che cosa fosse il metaverso, concludevamo che nessuno lo sapesse davvero, e la cosa ci divertiva parecchio. A distanza di quattro anni e mezzo la domanda si è risolta per una via che allora non avevamo previsto, perché non è arrivata una definizione buona: è semplicemente uscita di scena la parola, e a mandarla via non sono stati gli scettici come noi, ma le aziende stesse che su quella parola avevano costruito il proprio biglietto da visita.

È una faccenda che si misura, e il bello è che si misura in trenta secondi, perché il posizionamento di un'azienda sta scritto in un posto preciso e facilmente verificabile, cioè nel titolo della pagina iniziale del suo sito: è quello che compare nella linguetta del browser, è quello che Google mostra nei risultati, ed è l'unica riga che in un'azienda viene discussa da tutti prima di essere pubblicata. Il 30 ottobre 2026 siamo andati a leggere quel titolo sulle piattaforme geolocalizzate che avevamo seguito, e quello che abbiamo trovato è abbastanza netto da raccontarlo.

Tre titoli, e nessuna delle tre parola in questione

SuperWorld, che vendeva porzioni da cento metri per cento della superficie terrestre, oggi si presenta come «Your map of the places, experiences, and people you love», cioè la mappa dei luoghi, delle esperienze e delle persone a cui si tiene; e la descrizione che accompagna il titolo parla di consigliare posti, organizzare attività e vendere biglietti, chiudendo con una riga che è quasi una dichiarazione di resa rispetto alle ambizioni di partenza: «Come for the tool, stay for the network», vieni per lo strumento e resta per la rete di persone.

Victoria VR, che si descriveva come un metaverso in realtà virtuale costruito su Unreal Engine, oggi è «AI-Powered Virtual Reality Platform», e nella descrizione parla di strumenti senza codice, avatar intelligenti e pubblicazione di mondi tridimensionali. Nella pagina iniziale, peraltro, la parola «metaverse» compare esattamente una volta, infilata dentro la scheda di un prodotto, il che è il modo educato di tenersi aperta una porta senza più passarci.

Pagina iniziale di Victoria VR: su fondo scuro la scritta «AI revolutionizes immersive internet» e un menu con le voci VR AI Builder, AI Avatars, AI Verse, Play, News, Hackathon.
Victoria VR, 30 ottobre 2026. Il titolo in pagina non nomina né la realtà virtuale né il metaverso: nomina l'intelligenza artificiale, che nel menu in alto compare in tre voci su sei.

OVER è il caso più radicale, e gli dedichiamo un articolo a parte perché merita di più di un paragrafo: il titolo del suo sito oggi è «Global 3D Data Intelligence Platform», e nella versione italiana, che esiste perché la società è di Udine, suona «Piattaforma Globale di Intelligence dei Dati 3D». Di terreni virtuali da comprare, nel titolo, non c'è più traccia.

Il controesempio, che serve a capire la regola

Se tutte le piattaforme avessero tolto quella parola, il rilievo varrebbe poco e si potrebbe liquidarlo come una moda del linguaggio aziendale; il punto è che non tutte l'hanno tolta, e chi l'ha tenuta forma un gruppo piuttosto riconoscibile.

Alien Worlds, che recensivamo nel febbraio del 2022 e che è vivo e risponde, si presenta ancora oggi con il titolo «Alien Worlds: Master the Metaverse», e nella sua pagina iniziale quella parola compare diciannove volte, contro l'unica di Victoria VR. vPark, dal canto suo, si descrive come «Virtual land platform for business», piattaforma di terreni virtuali per le aziende, cioè esattamente la formula del 2021.

La differenza fra i due gruppi non è di gusto linguistico. Le piattaforme che hanno riscritto il proprio titolo sono quelle che nel frattempo hanno trovato un mestiere nuovo e dei clienti nuovi, e che quindi avevano bisogno di una riga che descrivesse il mestiere nuovo; quelle che lo hanno lasciato com'era sono, nella quasi totalità dei casi, quelle che non hanno cambiato niente — e tenere in vetrina l'insegna del 2021 non è nostalgia, è il sintomo che in bottega non è entrato nessuno a cambiarla.

Perché il titolo è un indicatore migliore dei comunicati

Si potrebbe obiettare che guardare il titolo di un sito sia un criterio grossolano, e in astratto l'obiezione è ragionevole; nella pratica, però, quel criterio ha due qualità che i comunicati stampa non hanno, e che lo rendono molto più affidabile di quanto sembri.

La prima è che il titolo non si può lasciare a metà. Un'azienda può pubblicare un comunicato che annuncia una svolta e poi continuare a fare quello che faceva prima, e succede continuamente; ma il titolo è una riga sola, sta in cima a tutto e viene letta da chiunque arrivi, quindi o descrive quello che l'azienda fa davvero oppure la contraddizione diventa evidente al primo visitatore.

La seconda è che il titolo si aggiorna quando serve vendere a qualcuno di nuovo, e infatti il riposizionamento si vede meglio lì che altrove. Nessuna di queste tre società ha pubblicato un annuncio intitolato «non siamo più un metaverso», e sarebbe ingenuo aspettarselo: le riconversioni riuscite non si annunciano, si fanno, e il titolo è il punto in cui emergono per primo.

Le tracce del passato restano, e sono la prova

C'è un dettaglio che vale da conferma, e che in un certo senso è la parte più divertente del lavoro: quando un'azienda cambia posizionamento, il cambio non arriva dappertutto nello stesso momento, e i pezzi rimasti indietro raccontano da dove si veniva.

OVER ha oggi un titolo che parla di dati tridimensionali e intelligenza artificiale, ma il suo profilo su Facebook sta ancora all'indirizzo che contiene la parola metaverse, e la descrizione del suo blog elenca ancora digital twin, avatar e map2earn. SuperWorld ha un titolo tutto nuovo, ma nel corpo della pagina la parola vecchia compare ancora nove volte. Sono residui, e i residui sono preziosi: dimostrano che il cambio del titolo è stato una decisione presa a un certo punto, e non la descrizione di qualcosa che era sempre stato così.

Che cosa farsene, leggendo

La conclusione pratica è piccola e ci pare utile. Quando capita di valutare una piattaforma di questo genere — e capita, perché continuano a nascerne — conviene cominciare dalla riga in cima al sito, e poi andare a cercare l'ultimo annuncio pubblicato e guardarne la data. Se il titolo descrive un mestiere preciso e gli annunci sono recenti, c'è qualcuno che lavora; se il titolo è quello di cinque anni fa e l'ultimo annuncio pure, la risposta è arrivata senza bisogno di leggere altro.

Quanto alla domanda del 2022, insomma, una risposta alla fine è arrivata, anche se non è quella che cercavamo: il metaverso non è stato definito, è stato abbandonato dalle aziende che lo vendevano, le quali hanno tenuto i dati e le mappe e hanno buttato via la parola. Che per chi ci ha messo dei soldi dentro sia una buona o una cattiva notizia, francamente, dipende moltissimo da quale piattaforma avesse scelto.

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